• Maria Grazia Tiberii

A proposito di Spread


Non è la prima volta, e sicuramente non sarà l’ultima, che gli italiani si trovano a cercare di capire il significato oscuro di termini usualmente riservati agli “addetti ai lavori”.

I linguaggi si evolvono al pari di usi e costumi; con la diffusione di radio e televisione termini rubati a linguaggi “esotici” sono entrati a far parte del nostro vocabolario, che nel corso degli anni si è ampliato a dismisura.

Da qualche tempo amici e conoscenti non fanno che chiedermi ragguagli sul fantomatico “Spread”: arcano termine che ogni italiano mette in relazione con la dura lotta per far arrivare i guadagni alla fine del mese. Il verbo inglese “To spread” , che tra i tanti significati ha quello di “dividere”, è usato in varie discipline per indicare, appunto, una differenza. Nel linguaggio della finanza sta ad indicare il differenziale di rendimento tra due diversi titoli. Attualmente rimbalza su tutti i media lo spread tra il rendimento di un titolo di stato italiano a dieci anni e quello del corrispondente titolo tedesco. Uguale è la durata, identiche le caratteristiche tecniche, medesima la negoziabilità. L’unica differenza è nel debitore!

Per fare un semplice esempio supponiamo che il nostro titolo (Btp) abbia un rendimento annuo del 5% mentre quello tedesco (Bund) renda il 2,50%. In questo caso avremo uno spread del 2,50%, dato dalla semplice differenza tra i due rendimenti (5-2,50). Nel linguaggio economico si preferisce l’uso dei “punti base”, ed ecco che quel differenziale diventa “250”. Quindi, quando leggiamo che lo spread Btp-Bond ha chiuso a 300 punti base sappiamo che in quella giornata il titolo del nostro debito sovrano rendeva il 3% in più dell’omologo tedesco.

Ma perché tutti guardano preoccupati ad un indice economico che è sempre esistito ma solo negli ultimi anni è salito agli onori della cronaca? Il differenziale fino a qualche anno fa era di piccola entità e piuttosto stabile, ma ora il divario è diventato significativo, capace di avere gravi ripercussioni sulla finanza pubblica. Quando i tassi aumentano gli stati pagano il denaro, necessario alla gestione ordinaria, un prezzo più elevato; per cui, quando gli spread aumentano gli stati che pagano il prezzo più alto vedranno aumentare l’aggravio della spesa pubblica per interessi. Ovviamente lo spread può variare sia per un incremento che per un decremento dei tassi non uniforme. Ma che ruolo svolgono i mercati in tutto questo?

Ogni mattina, all’apertura delle borse, uno stuolo di investitori determina di fatto i tassi di interesse degli stock di titoli immessi sul mercato. Tralasciando complicate sofisticazioni possiamo affermare che il valore di un titolo è determinato dall’incontro tra domanda ed offerta del medesimo. Se alcuni degli investitori decidono di vendere i titoli italiani, e nessuno decide di volerli acquistare, il prezzo dei titoli scende. L’Italia per poter comunque vendere le sue nuove emissioni dovrà alzare il tasso di  interesse, nella speranza di invogliare all’acquisto. Le conseguenze sono disastrose: alla fine delle contrattazioni avremo avuto una diminuzione del valore del debito pubblico (quello costituito dai titoli di stato in mano alla miriade di piccoli investitori, che potranno vendere i loro titoli solo ad un prezzo inferiore a quello di acquisto) ed un aumento della spesa pubblica proporzionale all’aumento del tasso di interesse pagato per le nuove emissioni. In poche parole gli italiani avranno meno potere di acquisto e meno servizi pubblici!

In definitiva, osservando il differenziale tra Btp e Bond si può affermare che, a causa della scarsa fiducia dei mercati – o forse di sordide speculazioni - agli occhi degli investitori l’Italia, rispetto alla Germania, si sta impoverendo.


E purtroppo si sta impoverendo anche rispetto ad altri Paesi, emblematico il differenziale osservato negli ultimi mesi con la Spagna.

Meditate politici ... Meditate.


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