• Maria Grazia Tiberii

Cibo di strada ... Una tradizione Mediterranea

Aggiornato il: 10 ott 2018


Pompei

Non riesco ad accettare che oggi tutto il mondo usi la terminologia anglosassone per individuare un’abitudine alimentare che affonda le sue radici nel mondo ellenico e romano. Trovo assurdo che oggi milioni di italiani consumino i pasti al “Fast Food”.


Se potessimo percorrere le strade intorno al Partenone sicuramente incontreremmo ambulanti che offrono minestre di fave e zuppa calda di ceci, se come per magia dovessimo sbarcare nello splendido porto di Alessandria ci verrebbero offerte fritture di pesce o spiedini di carne.

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Ma il “Cibo di Strada” raggiunse la sua apoteosi a Roma. Le città dell’Impero erano costellate di locali affacciati sulla strada che offrivano cibo caldo a buon mercato da consumare sul bancone; le “Tabernae”. Erano nate come botteghe artigiane aperte verso la strada, alcune distribuivano vino.



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A Roma solo le classi più agiate disponevano  di  una cucina, i  gestori delle

Tabernae vinarie” presto si accorsero che il popolo gradiva accompagnare la bevanda con del cibo e iniziarono a offrire ceci, rape, olive, molluschi o pesce in salamoia.



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L’espansione dell’Impero incrementò i traffici commerciali dando l’impulso all’apertura di nuove botteghe. Pian piano si fecero largo le “Popine”, simili alle moderne osterie offrivano spezzatini caldi accompagnati da bevande, da consumare seduti nel locale o all’aperto. Alla fine ci furono luoghi di ristoro dove era possibile acquistare cibi pronti per il consumo ... Il nome giusto da dare ai “Fast Food” sarebbe “Cibum”.

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Le pietanze erano a buon mercato, il vino, normalmente servito mescolato con acqua e a volte condito con miele o spezie, costava ancora meno. Per la modica cifra di due Assi, la moneta di minor valore dell’Impero, si poteva mangiare in qualsiasi momento del giorno oppure portar via cibi pronti.

Si potevano gustare salsicce al l’aglio, piselli fritti o bolliti, radici, cipolle, cavoli, lattuga, porri tritati, fave, ceci, lupini, sesamo e cereali. Dal frumento si ricavavano semole e farina con cui si preparava un pane molto simile alle gallette.

I più golosi potevano gustare focacce dolci, uova e formaggi oltre a frutta fresca, a volte si trovavano specialità come cacciagione, pesce o funghi.


A Pompei possiamo ammirare oltre duecento punti vendita. Le “Tabernae” riemerse dopo gli scavi archeologici conservano i bellissimi banconi in pietra affacciati sulle vie. Avevano forma di “Elle”, su un alto erano incassati i “Dolia”, grandi recipienti dove veniva conservato il cibo, sull’altro trovavano posto i vasi contenenti le pietanze pronte e un fuoco per riscaldarle.


Sono orgogliosa di avere tra i miei antenati i Romani e sono orgogliosa della meravigliosa cultura che ci hanno trasmesso ... Sono orgogliosa della sotto meraviglioso linguaggio.


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