• Maria Grazia Tiberii

Era il 23 novembre 1825 ... Morire per un ideale.


Targhini e Montanari furono osannati come martiri del Risorgimento. Nel 1909 fu apposta una lapide commemorativa in quella piazza che aveva pianto la loro tragica morte.

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Era l'epoca delle grandi passioni e dei segreti sussurrati all'interno di anguste stanze dove giovani intellettuali cospiravano per distruggere il potere dei monarchi che spadroneggiavano un po' ovunque in Italia. Nella Roma papalina la vendita dei Carbonari cospirava contro il governo di Sua Santità.


Erano pericolose allora le stradine di Roma, soprattutto per gente non esattamente timorosa di Dio. Era molto pericoloso per Leonida Montanari e Antonio Targhini.


Leonida, primo di sette figli, era nato a Cesena il 26 aprile del 1800. La sua non era una famiglia ricca ma gli permise di completare gli studi inferiori; suo fraterno amico, e mentore, in quegli anni fu il letterato e patriota E. Fabbri. A 19 anni il giovane si trasferì a Bologna per iniziare gli studi in chirurgia ma fu espulso nel giugno del 1822 senza aver concluso il corso di laurea.

Terminò gli studi a Roma e, conseguita la laurea, fu nominato medico condotto a Rocca di Papa mentre l’anno del Signore 1823 volgeva al termine. Roma non era lontana dal borgo; nella Città Eterna Leonida si recava spesso e presto iniziò a frequentare assiduamente una vendita carbonara denominata "Costanza". Come molti dei suoi contemporanei era animato dal desiderio di apportare un contributo alla nascita e diffusione del sentimento di amore per la libertà politica, quel sentimento che avrebbe indotto negli animi l'aspirazione a una forma di governo costituzionale.

La vendita era stata fondata dal bresciano Angelo Targhini, figlio del cuoco di Papa Pio VII. All'inizio del 1825 la vendita, che nei momenti di maggior fulgore aveva annoverato una sessantina di affiliati, si era ridotta a pochi membri. Nella Roma di Papa Leone XII non si respirava certo un clima di umana pietà; tra sospetti e persecuzioni i pochi carbonari rimasti fedeli alla causa tramavano esemplari punizioni da infliggere ai fuoriusciti. Ardevano dal desiderio di affiliare numerosi adepti.

Era una calda notte di giugno - tra il 4 e il 5 – durante una passeggiata Giuseppe Pontini, un carbonaro ritenuto una spia al soldo della polizia del Papa, fu ferito al fianco destro con un coltello. 

In una manciata di giorni, entro il 12 giugno, furono arrestati Targhini - accusato direttamente dal ferito che era sopravvissuto - e gli altri membri della setta. Mancava solo Leonida che era riuscito ad abbandonare Roma; non fu un periodo felice per lui che contrasse addirittura la malaria. Nel frattempo le autorità avevano fermato il padre e due fratelli al fine di estorcere informazioni utili alla cattura; cattura che fu portata a termine nell’agosto del 1825. Non era stata trovata alcuna prova a carico di Leonida che, conscio della sua innocenza, non fece nulla per sottrarsi alla giustizia.

Nel nome del Papa Re fu formata una “speciale” commissione, composta da dieci membri e presieduta da Monsignor Bernetti, governatore di Roma e direttore generale di polizia. Aveva come compito condannare il sospettato senza dargli alcuna possibilità di difendersi.

L’accusa fu "Lesa Maestà e ferita qualificata". Nel decreto istitutivo della commissione era specificato: "... non sarà necessaria la prova strettamente legale ... ma bastar debba quella morale certezza che rimuova dall'animo ogni ragionevole esitazione sul delitto e sul reo". La sentenza era inappellabile.

Leonida si dichiarò estraneo sia ai fatti che alla militanza nella carboneria, e non fece mai il nome dei suoi compagni, ma uno di loro lo accusò apertamente del ferimento. Ritenuto esecutore materiale fu condannato a morte assieme a Targnini. Era il 21 novembre 1825.

La duplice esecuzione ebbe luogo la sera del 23 novembre a Roma. Piazza del Popolo era affollata da circa trentamila persone accorse per godere del macabro spettacolo offerto dalla ghigliottina. Il boia di Roma, Mastro Titta, racconterà la storia in "Memorie di un carnefice".

Le spoglie dei due giovani uomini, che avevano rifiutato i conforti religiosi, furono tumulate in una fossa scavata poco lontano dalla piazza, al "Muro Torto" in terra sconsacrata. La stessa terra che accoglieva suicidi, ladri, vagabondi e prostitute.

La cruenta morte di Montanari e Targhini rinvigorì nei giovani romani la voglia di liberà, un desiderio che sfocio nel 1835 nella fondazione di una nuova vendita carbonara: "I figli di Montanari".

Quando l'Italia fu finalmente unita la storia dei sfortunati giovani assurse a leggenda e Targhini e Montanari furono osannati come martiri del Risorgimento.

Nel 1909 fu apposta una lapide commemorativa in quella piazza che aveva pianto la loro tragica morte.


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